Il coronavirus e l’acqua: cosa dicono gli esperti

donna con guanti lava frutta in periodo di covid19

Nei mesi del lockdown dovuto all’epidemia da coronavirus, gli interrogativi che si sono susseguiti, relativi alla salute e a come rapportarci al patogeno, sono stati davvero tanti. Le risposte della comunità scientifica non sempre sono state che caratterizzate dall’unanimità, per cui ci siamo trovati a non capire quanto effettivamente la carica virale del CoViD -19 riuscisse ad esprimersi attraverso l’aria, quanto dalle superfici e quanto, infine, dall’acqua.

Prima di parlare di coronavirus e acqua, abbiamo atteso. Lo abbiamo fatto per capire bene e perché la sola scrittura, in un senso o nell’altro, non contribuisse ad accrescere il caos e la paura. Bisogna dire, però, che da subito le autorità scientifiche avevano escluso che il virus avesse nell’acqua una carica virale preoccupante. In particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva parlato di possibilità basse di contagio da acqua potabile e che, comunque, ad oggi non si rileva nessun caso simile in tutto il mondo.

Il CoViD-19 ha una scarsa resistenza all’acqua

Il coronavirus in questione si definisce un “enveloped virus”, un patogeno con un involucro sottile. Nello stesso documento dell’OMS, l’organizzazione riferisce che alcuni studi hanno evidenziato che il Sars-CoV (non dunque il CoViD-19, di cui però ha caratteristiche molto simili) resiste, in acqua non clorata e a 20° C, per circa due giorni (14 giorni per temperature di 4° C). A queste considerazione ne bisogna aggiungere altre due. In primo luogo non è un requisito sufficiente al contagio la sola presenza di tracce di virus, ma bisogna valutare anche la concentrazione dello stesso; in secondo luogo l’acqua che arriva nelle nostre case è clorata e gli “enveloped virus” perdono stabilità se a contatto con gli ossidanti, alla cui categoria appartiene appunto il cloro.

L’ISS (Istituto Superiore della Sanità) ha ripreso studi precedenti, sia su virus simili al CoViD-19, sia su patogeni più resistenti. Ne ha concluso che:

Per quanto attualmente noto, le acque destinate a consumo umano sono sicure rispetto ai rischi di trasmissione di COVID-19, sulla base delle evidenze note per virus maggiormente resistenti del SARSCoV-2, e delle misure di controllo multibarriera (protezione delle risorse idriche captate, trattamento delle acque, disinfezione, monitoraggio e sorveglianza) validate nella filiera idro-potabile. Il virus non è mai stato ad oggi rilevato in acque destinate al consumo umano.

Istituto Superiore della Sanità

Perché tanto allarmismo sull’acqua di rubinetto?

La paura del contagio attraverso rete idrica si è diffusa nel periodo in cui la curva epidemiologica in Italia era in continua crescita, nonostante la serrata. Probabilmente il conseguente stato di ansia e il tentativo di dare una spiegazione al persistente aumento del numero dei contagiati ha predisposto alla credenza secondo cui il virus si stesse diffondendo attraverso l’acqua di rubinetto.

Poi non ha reso un buon servizio il giornalismo. A metà aprile Le Figarò avvertiva che erano stato riscontrate tracce minime di coronavirus nelle acque utilizzate per la pulizia delle strade a Parigi. La notizia arrivò in Italia con titoli strillati, tipo “Coronavirus, tracce nell’acqua dei rubinetti a Parigi”. Tuttavia, l’ “acqua dei rubinetti” a cui si faceva riferimento non era quella potabilizzata usata dall’utenza per lavare le stoviglie o bere, ma quella usata per la pulizia delle strade. Un “equivoco” che avrà aumentato le visite al giornale, quasi quanto la paura.

Acqua di mare

Il tema è tornato alla ribalta nazionale in vista della prossima stagione estiva. L’attenzione si è dunque spostata dall’acqua della rete idrica a quella di mare. Anche in questo caso si ritiene che il pericolo di contagio sia pressoché nullo. Nicola Petrosillo, Direttore del dipartimento clinico e di ricerca delle Malattie Infettive dell’ospedale Spallanzani, ha riferito che “L’acqua di mare non è un veicolo di infezione”, in ragione del fatto che il virus si “diluisce”. A supporto di ciò interviene Antonio Cassone, fino al 2008 direttore del Dipartimento malattie infettive dell’ISS e oggi professore di microbiologia all’Università di Perugia, che spiega al Corriere della sera che “Il coronavirus ha una membrana sottile e instabile, l’acqua salina lo danneggerebbe immediatamente rendendolo innocuo, incapace di infettare”, inoltre l’acqua è un “formidabile diluente. Le particelle del virus una volta espulse da una persona infetta si diluirebbero a tal punto da perdere la carica infettiva”.

Una ricerca francese, infine, ha analizzato 21 campioni di molluschi e in nessuno di essi è stata rilevata presenza di CoViD-19.

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