Perché ora sei costretto a farti il bagno con la plastica intorno

paesaggio di mare visto dall'interno di una bottiglia di plastica

La piacevolezza di una giornata al mare può essere incrinata da vari fattori. Si può avere la sfortuna di incappare in un vicino di ombrellone che ama ascoltare la musica a tutto volume, o in uno che ti inonda di sabbia scuotendola via dal suo telo. Oppure ci si può ritrovare proprio malgrado nel bel mezzo di una partita di calcio in spiaggia, organizzata da uno stuolo di ragazzini pieni di energie. Senza poi dimenticare il maltempo, che d’estate ti sorprende quando meno te l’aspetti: esci di casa e il cielo è terso; arrivi al lido e dense nubi grigie si intromettono tra te e il sole. Fortuna però che non va sempre così, altrimenti sarebbe un incubo. Capita anche di godere a pieno del mare e delle sue bellezze, che hanno la capacità di ritemprarci e rilassarci. Tuttavia, anche in quei casi, c’è qualcosa con cui bisogna fare necessariamente i conti. Quel qualcosa è la presenza della plastica, sia sugli arenili che nei mari, la quale è ormai tristemente considerata parte integrante del paesaggio marino.

I numeri 

Si potrebbe obiettare che quanto appena detto rappresenta un’esagerazione, perché questo fattore inquinante non invade tutti i litorali. Fortunatamente è così, ma ciò non significa che il problema non sussista o che esso possa essere preso sottogamba. A fare chiarezza sull’entità dell’inquinamento da plastica sono i numeri, rintracciabili sui siti delle varie organizzazioni impegnate nel benessere e nella salvaguardia dell’ambiente. Tali numeri dicono che ben 8 milioni sono le tonnellate di plastica che annualmente finiscono in mare, mettendo a repentaglio la vita di circa 700 specie marine. A ciò, vanno aggiunti i dati relativi al bacino del Mediterraneo, ove è stimato che ogni giorno le correnti depositano sulle spiagge circa 5 kg di immondizia per ogni km di litorale. Di questi 5 kg, circa l’80% è rappresentato da rifiuti in PVC, PET e simili. Senza dimenticare il triste fenomeno delle “isole di plastica”, immense distese di spazzatura che vagano alla deriva negli oceani. Finora ne sono state rintracciate cinque, di cui una nell’Oceano Indiano, due nell’Atlantico e due nel Pacifico. Già soltanto l’analisi di queste cifre aiuta a capire come mai nuotiamo tra la plastica, ma c’è altro: ai dati impietosi si aggiunge la realtà scientifica, decisamente allarmante.

Plastica e catena alimentare

È impossibile restare insensibili al problema dell’inquinamento dei mari. Non soltanto perché è sgradevole tuffarsi dovendo evitare bottiglie, sacchetti e bicchieri, ma anche perché la quantità spropositata di rifiuti gettati in acqua ha ripercussioni sull’ambiente e conseguentemente su noi stessi. Si diceva delle specie marine a rischio ed è questo uno dei campanelli d’allarme più preoccupanti. Non di rado capita infatti che tartarughe e uccelli, così come pesci e balene, confondano la plastica per cibo, ingerendola e morendo in conseguenza di indigestione o soffocamento. Inoltre, quei materiali che così incautamente finiscono nei nostri mari, molto spesso compiono il percorso inverso.

La strada che seguono è quella tracciata dalla catena alimentare; stando a quanto stabilito dalla scienza, già il plancton è capace di nutrirsi di microscopici frammenti di plastica, la quale può così iniziare quel cammino che la porta a essere presente sulle nostre tavole, invisibile agli occhi e al palato, ma non per questa meno dannosa per la nostra salute. D’altronde, inquietante è anche lo studio condotto dall’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche, i cui esiti – pubblicati sulla rivista “Environmental International” – hanno evidenziato la presenza di microparticelle plastiche nella placenta delle sei donne (tutte sane e di età compresa tra 18 e 40 anni) che hanno accettato di partecipare alla ricerca.

Come si è giunti a questo punto?

La domanda è più che legittima, specie al cospetto di una realtà così impietosa. Il problema non è soltanto fare il bagno tra la plastica, bensì notare come essa stia nocivamente invadendo l’ambiente marino e danneggiando la nostra salute. Rispondere a tale quesito significa analizzare il passato, spesso contraddistinto da decisioni sbagliate o, nei migliori dei casi, miopi. Sicuramente la plastica ha invaso tutti i settori della vita quotidiana ma, oltre alla sua eccessiva produzione e al suo smodato utilizzo, c’è da fare i conti anche con decenni di incuria, in cui la sensibilità ambientalista, qualora esistente, era considerata poco interessante. Insomma, è stato un harakiri lento e doloroso, per giunta sprovvisto di quel carattere di dignità tutta nipponica. Ora, però, qualcosa sembra essere cambiato nelle coscienze. Viviamo un’epoca in cui la Natura presenta il conto, ma fortunatamente si avverte uno scatto d’orgoglio e di amore per il pianeta che inducono a guardare in faccia la realtà cercando di migliorarla in tutti i modi.

Rimedi

Ovviamente, data l’ampiezza e la gravità della questione, essa va affrontata almeno su due piani, quello istituzionale e quello privato. Con riguardo al primo, sono apprezzabili – quando non appaiono eccessivamente timidi – gli sforzi che, sia a livello internazionale che nazionale, vari Paesi stanno ponendo in essere per fronteggiare il disastro. Si tratta di misure diverse tra loro, ma tutte finalizzate a disincentivare l’utilizzo della plastica. A ciò si sta affiancando la creazione di un circolo virtuoso, in cui il riciclo gioca un ruolo preponderante per far sì che questo materiale non venga abbandonato nell’ambiente ma sia invece immesso, attraverso la promozione della raccolta differenziata, in un sistema finalizzato a incrementarne il riutilizzo.

Se tutto questo spetta alla politica, c’è qualcosa che ognuno di noi può fare per dare il proprio contributo alla causa. Partecipare alla raccolta differenziata è un dovere civico, ma non è l’unico mezzo a nostra disposizione per aiutare la guarigione dei mari. Pensiamo per un attimo a quante bottiglie d’acqua consumiamo in un anno; forse non abbiamo mai effettuato questo calcolo, eppure diminuirne il numero già soltanto a casa nostra sarebbe un ottimo modo per dire all’ambiente che gli vogliamo bene. Se decidiamo di non comprare più bottiglie d’acqua, non faremo svanire in un batter d’occhio il problema, ma certamente daremo il nostro contributo affinché, in futuro, noi e i nostri figli non si sia più costretti a sguazzare tra la plastica.

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