Plastiche e acqua: uno spreco energetico senza senso

bottiglia di acqua accartocciata su se stessa e scritte idrika e costruiamo il futuro

Quando si immagina il futuro, lo si desidera libero dalla schiavitù dell’inquinamento. Il pianeta Terra che sarà lo si tinge con il verde della natura, non con il grigio dello smog. Al di là di desiderio e immaginazione, si rende però concretamente necessaria una strategia, che permetta quantomeno di sperare che tutto ciò sia presto realizzabile. È dunque indispensabile la pianificazione, senza la quale è difficile – se non impossibile – dar vita a qualcosa di nuovo. E se il cambiamento riguarda l’avvenire, per sua essenza astratto e quindi difficilmente inquadrabile, tutto è più complicato. Complicato ma non inattuabile, se sono state individuate le strategie potenzialmente giuste a costruire il futuro. 

Costruire il futuro“: un intento nobile, da cui prende nome la rubrica che da questi righi muove i primi passi, con l’intenzione di dar spazio ai temi di maggior rilievo per il mondo che verrà. Tra essi, uno dei più delicati riguarda i costi di produzione e smaltimento delle bottiglie in plastica, ormai parte integrante della nostra quotidianità eppure così minacciose per la natura. Il pericolo riguarda varie fasi (dalla produzione allo smaltimento delle bottiglie, dall’imbottigliamento alla conservazione in frigo) e implica diverse capacità inquinanti, non solo quelle relative all’abbandono indiscriminato della plastica nei terreni e nei mari.

  1. Quanto costa la produzione
  2. Costi di imbottigliamento dell’acqua
  3. Logistica e distribuzione 
  4. Conservazione
  5. Fine vita
  6. Soluzione

1. Quanto costa la produzione

L’Italia detiene il poco invidiabile primato europeo in tema di consumo di acqua in bottiglia: ben 192 litri pro capite. Primi nel Vecchio Continente, ma ben posizionati – in questa poco invidiabile classifica – anche a livello mondiale, dove talloniamo paesi come Messico, Stati Uniti e Arabia Saudita. Soffermarsi soltanto ai nostri consumi è già sufficiente per capire che la soddisfazione di una così esosa richiesta presuppone innanzitutto una produzione più che cospicua di plastica. Per la precisione, il desiderio italiano di acqua in bottiglia implica la creazione di 350 mila tonnellate annue di PET (Polietilene tereftalato), che si ricavano impiegando ben 665 mila tonnellate di petrolio. Numeri enormi, ai quali vanno aggiunti quelli riguardanti le emissioni di CO2 derivanti dalla realizzazione di tale processo: un milione di tonnellate all’anno, con ripercussioni sull’ambiente facili da immaginare.

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2. Costi di imbottigliamento

Pur in assenza di cifre specifiche, si può intuire che anche in questo passaggio i consumi energetici sono notevoli. Imbottigliare è una fase altamente meccanizzata, in cui dunque rivestono un ruolo determinante le attrezzature. Esse sono alimentate molto spesso da energia elettrica (quando non da carburante), la cui enorme richiesta va a incidere sui consumi e sulle emissioni prodotte dalla creazione di elettricità. Senza poi dimenticare l’utilizzo dell’acqua, indispensabile per far sì che le bottiglie vengano igienizzate prima di essere riempite e poi imbottigliate. Sprecare acqua per produrre acqua in bottiglia: un controsenso che lascia sgomenti.

3. Logistica e distribuzione

Sarebbe da ingenui pensare che gli sprechi finiscano una volta che le bottigliette siano state sigillate. In realtà, i consumi continuano e – conseguentemente – aumentano anche nelle fasi successive. Alle spese finora elencate vanno infatti aggiunte quelle relative alla logistica e alla distribuzione. Usciti dalla fabbrica, i piccoli contenitori colmi d’acqua devono raggiungere i magazzini ove vengono conservati. Tragitto che implica il consumo di carburante, al quale va aggiunto quello dei muletti con cui le confezioni d’acqua sono spostate all’interno dei depositi. Depositi che, ovviamente, non sono al buio, ma illuminati da elettricità e resi abitabili da sistemi di condizionamento d’aria, altre due voci che vanno a implementare costi ed emissioni. L’elenco va poi completato tenendo conto del secondo viaggio intrapreso dalle bottiglie, quello che le porterà a disposizione dei consumatori. Un tragitto molto spesso compiuto su gomma, dunque anch’esso reso possibile dall’impiego di carburante.

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4. Conservazione

E una volta giunta a destinazione, una bottiglia in plastica può finalmente dirsi amica della Natura? L’entusiasmo è fuori luogo, perché nessuno di noi vuole bere dell’acqua tiepidina. Meglio una bella sorsata fresca. Che sia al ristorante o all’interno di casa nostra, vogliamo che la nostra gola sia allietata da un’acqua piacevolmente fredda. Il che è assicurato dai frigoriferi che – per quanto possano essere di ultima generazione – solitamente consumano tra i 100 e i 240 W all’ora. Senza dimenticare che, a ogni apertura di ghiacciaia, in essa penetra aria calda che fa aumentare la richiesta di elettricità necessaria a far abbassare nuovamente la temperatura interna. Insomma, anche servire acqua fresca è una pratica dannosa sia in termini economici che ecologici.

5. Fine vita

Consumata l’acqua contenuta al suo interno, la bottiglia in plastica va incontro a un destino che può avere due facce. Una è quella virtuosa, fatta dal riciclo e intrapresa grazie alle scelte dei cittadini più responsabili. Anche in questo caso, però, bisogna fare i conti con le spese. Per la precisione, quelle in carburante degli automezzi che prelevano la plastica e la conducono ai centri di raccolta, e quelle in energia elettrica e acqua, elementi fondamentali in ogni processo di riutilizzo dei rifiuti. L’altra strada è decisamente peggiore (specie in termini di impatto ambientale diretto) ed è quella cui è destinata una bottiglietta abbandonata nell’ambiente da soggetti dotati di scarso senso civico, incuranti o (nel migliore dei casi) ignari del danno cagionato a terreni e mari.

6. Soluzione?

E pensare che tutto ciò sarebbe evitabile. Ridurre i consumi, rendere meno impattanti le nostre carbon emissions, sarebbe possibile. Innanzitutto, bisogna prendere coscienza del fatto che quella piccola bottiglia, all’apparenza così innocua, è in realtà una temibile minaccia per la natura. Di conseguenza, sorgerebbe spontanea la determinazione a frenarne la diffusione e a limitarne la pericolosità. Il che è fattibile innanzitutto nutrendo maggior fiducia nel buon funzionamento della rete idrica. In secondo luogo, prendendo in considerazione l’idea di installare – a casa, in ufficio o nella propria attività ristorativa – un impianto di depurazione. In tal modo, si potrebbe gustare un bel bicchiere d’acqua in tutta tranquillità, senza temere di far male all’ambiente. 

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